Maggio 2025: Inflazione Italia in lieve calo all’1,6%

A maggio 2025, l’inflazione italiana segna un rallentamentoMaggio 2025: Inflazione Italia in lieve calo all'1,6% 1

L’indice dei prezzi al consumo (NIC) che registra +1,6% su base annua (dall’+1,9% di aprile), in linea con le stime preliminari. La diminuzione mensile è dello 0,1%, trainata principalmente dal calo dei prezzi degli energetici non regolamentati (-2,1%) e dei servizi dei trasporti (-1,7%).

Principali fattori della decelerazione

  • Energetici: forte rallentamento dei prezzi dei beni regolamentati (+29,3% da +31,7%) e accentuazione del calo per quelli non regolamentati (-4,3% da -3,4%).
  • Alimentari: rallentano i prezzi dei prodotti non lavorati (+3,5% da +4,2%), mentre accelerano quelli lavorati (+2,7% da +2,2%).
  • Servizi: decelerano i costi dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+3,1% da +3,6%) e quelli legati ai trasporti (+2,6% da +4,4%).

Inflazione di fondo in calo

L’inflazione al netto di energetici e alimentari freschi scende all’1,9% (da +2,1%), confermando un allentamento delle pressioni inflazionistiche di base.

Differenziale beni/servizi

La crescita dei prezzi dei beni rallenta (+0,8% da +1,0%), così come quella dei servizi (+2,6% da +3,0%), riducendo il differenziale a +1,8 punti percentuali.

Altri indicatori

IPCA (inflazione armonizzata UE): -0,1% mensile, +1,7% annuo (dall’+2,0% di aprile).

FOI (prezzi per operai e impiegati): -0,1% mensile, +1,4% annuo.

Inflazione acquisita 2025

Si conferma al +1,3% per l’indice generale e +1,6% per la componente di fondo.

Conclusioni: A maggio, l’inflazione mostra un ulteriore lieve calo, sostenuta dal rallentamento degli energetici e di alcuni servizi, mentre il carrello della spesa risente dell’aumento dei prezzi degli alimentari lavorati. La dinamica inflazionistica rimane moderata, con segnali di stabilizzazione nei prossimi mesi.

Fonte ed elaborazione dati :  Istat.it

Proiezioni BCE: cosa accadrà ai mutui nei prossimi anni?

La BCE sul futuro dei Mutui casaProiezioni BCE: cosa accadrà ai mutui nei prossimi anni? 2

Secondo l’analisi della BCE, molti mutuatari con tasso variabile hanno già subito l’impatto degli aumenti dei tassi tra il 2022 e il 2023. Tuttavia, l’Euribor 3 mesi ha iniziato a scendere già da dicembre 2023, e la discesa è continua nei primi mesi del 2024.

📉 Euribor: una discesa già iniziata

Dal picco di oltre il 4% toccato a fine 2023, l’Euribor 3 mesi è gradualmente sceso sotto il 3,70% a maggio 2024.L’ultima rilevazione di maggio 2025 quota Euribor 3 mesi  sotto il 2%! Questo significa che:

  • Chi ha un mutuo indicizzato all’Euribor 3 mesi ha già iniziato a vedere una lieve riduzione della rata.
  • Se il trend continua, i benefici si faranno più evidenti nel secondo semestre del 2025.

📌 Perché i tassi medi sui mutui restano alti?

La BCE spiega che i tassi medi su tutti i mutui (inclusi i fissi) continuano a salire perché molti mutui a tasso fisso contrattati a tassi bassi devono ancora essere rinegoziati ai livelli attuali. Ma questo riguarda chi ha mutui fissi, non chi ha un tasso variabile.

🔁 Il vantaggio del mutuo variabile

Per chi,  ha un mutuo Euribor 3 mesi:

  • L’aumento dei tassi si è già manifestato nei mesi scorsi.
  • Ora si entra in una fase discendente: le rate si abbassano lentamente ma in modo costante.
  • Le previsioni BCE indicano che questa tendenza potrebbe continuare anche nel 2025.

📆 E nei prossimi anni?

Secondo la BCE:

  • Il tasso medio complessivo continuerà a salire fino al 2026, ma solo perché molti fissi saranno rinegoziati.
  • Per i mutui variabili, la fase più difficile è già alle spalle.

In definitiva se hai un mutuo indicizzato all’Euribor 3 mesi, sei già nella fase di alleggerimento. I tagli della BCE previsti nei prossimi mesi potrebbero accentuare questo beneficio. Hai superato il punto peggiore del ciclo.

Utile  per approfondire

Articolo sul Post della BCE

Tabella tassi BCE

La serie storica dei Tassi Euribor

Calcolo Rata Mutuo

Inflazione in lieve calo a maggio 2025: +1,7%

Inflazione  in calo a maggio all’1,7%, ma i prezzi alimentari continuano a salire

L’inflazione in Italia mostra un ulteriore rallentamento a maggio, con l’indice dei prezzi al consumo (NIC, al lordo dei tabacchi) che segna un +1,7% su base annua, in calo rispetto al +1,9% di aprile. Lo rilevano le stime preliminari diffuse oggi, che evidenziano una sostanziale stabilità su base mensile (0%).

Inflazione in lieve calo a maggio 2025: +1,7% 3
Stima inflazione maggio 2025 Italia

Le cause del rallentamento

Il lieve calo dell’inflazione è dovuto principalmente alla decelerazione dei prezzi degli energetici, sia regolamentati (+29,1%, in calo da +31,7%) che non regolamentati (-4,3%, in ulteriore flessione da -3,4%). Anche alcuni comparti dei servizi hanno contribuito, con i trasporti che passano da +4,4% a +2,6% e i servizi ricreativi e per la cura della persona in rallentamento (+3,0% da +3,6%).

Ma la spesa alimentare pesa ancora

Nonostante il quadro generale in miglioramento, i prezzi dei beni alimentari continuano a crescere, soprattutto quelli lavorati, che accelerano da +2,2% a +3,2%. Anche gli alimentari non lavorati restano in aumento, seppure con un ritmo più contenuto (+3,7% da +4,2%). Di conseguenza, il cosiddetto “carrello della spesa” segna un +3,1%, in aumento rispetto al +2,6% di aprile.

Inflazione di fondo in lieve calo

L’inflazione core, escludendo energetici e alimentari freschi, scende al +2,0% (da +2,1%), mentre quella al netto dei soli energetici si attesta al +2,1% (da +2,2%). Il differenziale tra beni e servizi si riduce: i prezzi dei beni salgono dell’1,1% (da +1,0%), mentre quelli dei servizi rallentano (+2,6% da +3,0%).

Stabilità congiunturale, ma con dinamiche opposte

A maggio, la variazione mensile è pari a zero, ma nasconde andamenti contrastanti:

Calano gli energetici non regolamentati (-2,1%) e i servizi dei trasporti (-1,7%).

Aumentano invece i prezzi degli alimentari (non lavorati +0,9%, lavorati +0,8%) e dei servizi ricreativi (+0,9%).

Prospettive per il 2025

L’inflazione acquisita per l’intero anno è stimata all’+1,4% per l’indice generale e all’+1,6% per la componente di fondo. Intanto, l’indice armonizzato europeo (IPCA) segna un +1,9% su base annua (da +2,0% di aprile) e un +0,1% su base mensile.

In conclusione, se da un lato la pressione inflazionistica si attenua grazie al calo degli energetici, dall’altro le famiglie continuano a risentire dei rincari su alimentari e alcuni servizi, mantenendo alta l’attenzione sul potere d’acquisto.

Leggi i dati dell’inflazione media in Italia

Inflazione stabile ad aprile 2025: +1,9%

Inflazione confermata all’1,9% ad aprile ma in ribasso rispetto alla stima Istat

Inflazione Italia Aprile 2025 a 1.9%
Inflazione Italia Aprile 2025 a 1.9%

Secondo i dati definitivi pubblicati dall’ISTAT, ad aprile 2025 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,1% su base mensile e dell’1,9% su base annua, confermando il livello di marzo. La stima preliminare, che indicava un +2,0%, è stata rivista leggermente al ribasso.

Dinamiche settoriali contrastanti

La stabilità dell’inflazione nasconde andamenti opposti tra i diversi settori. Da un lato, si rileva un rallentamento dei prezzi di:

  • Beni energetici non regolamentati: -3,4% (da +0,7% a marzo);
  • Tabacchi: +3,4% (da +4,6%).

Dall’altro, accelerano i prezzi di:

  • Beni energetici regolamentati: +31,7% (da +27,2%);
  • Alimentari non lavorati: +4,2% (da +3,3%);
  • Alimentari lavorati: +2,2% (da +1,9%);
  • Servizi relativi ai trasporti: +4,4% (da +1,6%).

L’inflazione di fondo, che esclude energetici e alimentari freschi, sale al +2,1% (da +1,7% a marzo), mentre quella al netto dei soli beni energetici passa dal +1,8% al +2,2%. Questo indica una pressione inflazionistica più marcata nei settori non volatili.

Beni e servizi: cresce il divario

I prezzi dei beni rallentano (+1,0% da +1,5%), mentre quelli dei servizi accelerano (+3,0% da +2,5%). Il differenziale inflazionistico tra servizi e beni si amplia a +2,0 punti percentuali (da +1,0 a marzo). Inoltre, il “carrello della spesa” – che include beni alimentari, per la cura della casa e della persona – registra un’accelerazione al +2,6% (da +2,1%).

Fattori congiunturali e stagionali

Lieve aumento congiunturale dell’indice generale (+0,1%) dovuto principalmente a:

  • Servizi relativi ai trasporti: +3,4%, influenzati da fattori stagionali;
  • Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona: +1,8%;
  • Alimentari non lavorati: +0,7%;
  • Alimentari lavorati: +0,5%;
  • Servizi relativi all’abitazione: +0,3%.

Questi aumenti sono stati parzialmente compensati dalla diminuzione dei prezzi degli energetici regolamentati (-6,9%), degli energetici non regolamentati (-5,8%) e dei beni durevoli (-0,3%).

Altri indici e inflazione acquisita

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,4% su base mensile, per effetto della fine dei saldi stagionali, e del 2,0% su base annua (in lieve decelerazione rispetto a marzo). L’indice per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra un calo congiunturale dello -0,1% e un aumento annuo dell’1,7%.

L’inflazione acquisita per il 2025 si attesta al +1,4% per l’indice generale e al +1,6% per la componente di fondo.

Il commento dell’ISTAT

Ad aprile 2025, l’inflazione rimane stabile al +1,9%. Questa stabilità sintetizza dinamiche opposte: persistono tensioni sui prezzi degli alimentari (+3,0% da +2,4%) e dei servizi di trasporto (+4,4% da +1,6%), mentre il comparto energetico mostra tendenze deflattive (-0,8% da +2,6%), guidate dai beni energetici non regolamentati. Cresce il ritmo del “carrello della spesa” (+2,6%) e dell’inflazione di fondo (+2,1%), segnalando una pressione inflazionistica più diffusa nei settori chiave.


Approfondisci sui dati dell’inflazione in Italia

📊 Indice dei Prezzi al Consumo USA – Aprile 2025

Inflazione US Aprile 2025

🗓 Data pubblicazione: 13 maggio 2025 — Fonte: U.S. Bureau of Labor Statistics

🔗 Documento ufficiale: US CPI Release – Aprile 2025 (PDF)

🔍 Dati principali dell’inflazione USA

L’indice dei prezzi al consumo per tutti i consumatori urbani (CPI-U) negli Stati Uniti è aumentato dello 0,2% nel mese di aprile 2025 su base destagionalizzata, dopo una lieve flessione dello 0,1% a marzo.

  • 📈 Inflazione annua (aprile 2024 – aprile 2025): +2,3%
  • 📉 Core CPI (esclusi alimentari ed energia): +2,8%
  • Energia: -3,7% su base annua
  • 🍽️ Alimentari: +2,8% su base annua

📌 Dettagli settoriali

🏠 Abitazioni

Il settore “shelter” (affitti e spese abitative) ha registrato un +0,3% mensile, trainando oltre la metà dell’aumento complessivo dell’indice.

⚡ Energia

I prezzi energetici sono cresciuti dello 0,7% nel mese di aprile, con andamenti contrastanti:

  • Gas naturale: +2,8%
  • Energia elettrica: +0,9%
  • Benzina: -1,3%

🍽️ Alimentari

L’indice alimentare è diminuito dello 0,1%:

  • Alimenti a casa: -0,4%
  • Alimenti fuori casa (ristoranti, mense): +0,4%

🧾 Altri settori

L’inflazione “core” è aumentata dello 0,2%. In crescita:

  • Arredi e manutenzione domestica
  • Assicurazioni auto
  • Istruzione, salute e cura personale

In calo invece le tariffe aeree, abbigliamento, comunicazioni e auto usate.

Per dati e serie storiche dell’inflazione US consulta la nostra utilità


Aggiornamento redazionale a cura di Rivaluta.it sulla base del comunicato ufficiale del Bureau of Labor Statistics.

Inflazione Area Euro ad aprile 2025 stimata al 2.2%

L’inflazione stimata da Eurostat per l’area dell’euro è rimasta stabile al 2,2% per il mese di ad aprile 2025, attestandosi appena al di sopra dell’obiettivo intermedio del 2,0% (inflation target) fissato dalla Banca Centrale Europea.

Inflazione in Area Euro (Fonte Eurostat)

Inflazione in Area Euro (Fonte Eurostat)

Un calo più marcato dei prezzi dell’energia (-3,5% contro -1,0% a marzo) è stato compensato da un’inflazione più rapida nei servizi (3,9% contro 3,5%) e in alimentari, alcolici e tabacco (3,0% contro 2,9%).

I prezzi dei beni industriali non energetici sono aumentati dello 0,6%, invariati rispetto a marzo.

Nel frattempo, l’inflazione di fondo, che esclude alimentari ed energia, è salita al 2,7%, in rialzo rispetto al minimo triennale del 2,4% registrato a marzo e superiore alle previsioni del 2,5%.

Su base mensile, i prezzi al consumo sono aumentati dello 0,6% ad aprile, in linea con l’aumento registrato a marzo. 

La fonte ufficiale su EUROSTAT

Potrebbe essere utile consultare l’inflazione media  in Area EURO e i tassi di interesse della BCE 

La spiegazione del Cuneo Fiscale

Cos’è il cuneo fiscale?

Il cuneo fiscale è la differenza tra quanto costa un lavoratore all’azienda e quanto il lavoratore riceve in busta paga. Questa differenza è composta da contributi previdenziali e imposte (come l’IRPEF), che vengono versati dallo stipendio del lavoratore e dall’impresa.

Un cuneo fiscale troppo alto significa che il datore paga molto e il dipendente prende poco. Quando si parla di riduzione del cuneo fiscale, si intende che parte di queste tasse o contributi vengono tagliati per lasciare più soldi in busta al lavoratore, o per alleggerire i costi all’azienda.


Lo stipendio del lavoratore  prima della riduzione del cuneo fiscale

Voce Importo (€)
Costo totale per l’azienda 2.500
– Contributi a carico azienda 600
Stipendio lordo lavoratore 1.900
– Contributi a carico lavoratore 300
– Tasse (IRPEF e addizionali) 400
Stipendio netto (in busta) 1.200

Lo stipendio del lavoratore  con la riduzione del cuneo fiscale

Voce Importo (€)
Costo totale per l’azienda 2.500
– Contributi a carico azienda 500
Stipendio lordo lavoratore 2.000
– Contributi a carico lavoratore 200
– Tasse (IRPEF e addizionali) 400
Stipendio netto (in busta) 1.400

Risultato: il lavoratore guadagna 200 € in più al mese, cioè 2.400 € in più all’anno, senza costare di più all’azienda.


Infografica: dov’è il cuneo fiscale?

Il cuneo fiscale è la parte del costo del lavoro che non finisce nella busta paga del lavoratore.

👔 Azienda
2.500 €
🧾 Contributi
600 €
💰 Tasse
400 €
👨‍💼 Lavoratore
1.200 €

Dov’è il cuneo fiscale in questo esempio?

Nell’esempio sopra:

  • Costo totale per l’azienda: 2.500 €
  • Stipendio netto ricevuto dal lavoratore: 1.200 €

Il cuneo fiscale è la differenza tra questi due importi:

2.500 € – 1.200 € = 1.300 €

Questo significa che 1.300 € vengono trattenuti tra contributi e tasse e non finiscono nella busta paga del lavoratore.

Il cuneo fiscale rappresenta quindi tutto ciò che sta “in mezzo” tra il costo del lavoro e lo stipendio netto.


Qual è il vantaggio di una riduzione  del Cuneo Fiscale?

Il cuneo fiscale incide moltissimo sull’economia del lavoro. La sua diminuzione è un modo per far guadagnare di più i lavoratori e allo stesso tempo alleggerire i costi per le imprese.

Le norme sulla riduzione del Cuneo fiscale

Inflazione aprile 2025: segnali di lieve accelerazione

Inflazione aprile 2025: spinta da trasporti, alimentari ed energia regolamentata

Nel mese di aprile 2025, secondo le stime preliminari diffuse dall’ISTAT l’inflazione in Italia  registra un aumento dello 0,2% rispetto a marzo e un incremento annuo del 2,0%, in leggera crescita rispetto al +1,9% rilevato a marzo scorso.

Da notare che da settembre 2024 è l’ottava salita che si registra in Italia. 

Ultime variazioni annue dell’inflazione in Italia

Aprile 2025 (stima) 2,0%
Marzo 2025 1,9%
Febbraio 2025 1,6%
Gennaio 2025 1,5%
Dicembre 2024 1,3%
Novembre 2024 1,3%
Ottobre 2024 0,9%
Settembre 2024 0,7%

Inflazione Italia Gennaio 2020 - aprile 2025, variazioni percentuali congiunturali e tendenziali
Inflazione Italia Gennaio 2020 – aprile 2025, variazioni percentuali congiunturali e tendenziali

I fattori trainanti

L’accelerazione dell’inflazione è attribuibile soprattutto a:

  • Energetici regolamentati, che crescono del +32,9% annuo (da +27,2%)
  • Servizi relativi ai trasporti, spinti da fattori stagionali, in forte aumento (+4,4%)
  • Alimentari non lavorati (+4,2%) e lavorati (+2,3%)

Inflazione aprile 2025: segnali di lieve accelerazione 4
INDICI DEI PREZZI AL CONSUMO NIC PER DIVISIONE DI SPESA

In controtendenza gli energetici non regolamentati, che scendono a -2,9%, e i tabacchi, che rallentano al +3,4%.

Inflazione di fondo e andamento settoriale

L’inflazione di fondo (al netto di energia e alimentari freschi) accelera a +2,1%. Anche l’indicatore depurato dei soli energetici si porta a +2,2%. I beni rallentano al +1,1%, mentre i servizi accelerano a +3,0%, allargando il differenziale inflattivo tra servizi e beni a +1,9 punti percentuali (era +1,0 a marzo).

Il “carrello della spesa”, ovvero i beni alimentari, per la cura della casa e della persona, registra un aumento annuo del +2,6%. Rallenta invece la crescita dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto, al +1,6%.

IPCA e inflazione acquisita

L’IPCA (indice armonizzato europeo) cresce dello 0,5% su base mensile, anche per effetto della fine dei saldi stagionali, e mantiene un +2,1% su base annua.

L’inflazione acquisita per il 2025 è ora +1,5% per l’indice generale e +1,6% per la componente di fondo.


Leggi i dati storici dell’inflazione media in Italia

Differenza tra Euribor e €STR

Una guida per capire come funzionano i tassi interbancari nell’area euro.Differenza tra Euribor e €STR 5

Introduzione

Quando si parla di tassi di interesse nell’area euro, due sigle dominano la scena: Euribor ed €STR. Entrambi sono tassi di riferimento per prestiti tra banche, ma hanno caratteristiche profondamente diverse. Vediamo nel dettaglio cosa li distingue e come si influenzano tra loro.

Cos’è l’Euribor

L’Euribor (Euro Interbank Offered Rate) è il tasso medio a cui un gruppo selezionato di banche europee è disposto a prestare denaro ad altre banche senza garanzie. Viene calcolato per diverse scadenze: 1 settimana, 1 mese, 3 mesi, 6 mesi, 12 mesi.

Si tratta di una stima forward, cioè una previsione: le banche indicano il tasso a cui pensano di poter prestare fondi in futuro. Questo lo rende un tasso forward-looking, sensibile alle aspettative sulla politica monetaria della BCE.

Cos’è l’€STR

L’€STR (Euro Short-Term Rate) è un tasso overnight pubblicato dalla BCE che riflette il costo effettivo del denaro a 1 giorno tra banche e istituzioni finanziarie. A differenza dell’Euribor, si basa su transazioni reali, non su stime.

È considerato il floor (pavimento) della curva dei tassi interbancari, ed è usato come base per molti strumenti finanziari e per valutare il sentiment del mercato sulla liquidità.

Le principali differenze

Caratteristica Euribor €STR
Tipo di tasso Stima forward Dato osservato
Metodo di calcolo Mediana delle stime delle banche Media ponderata delle transazioni effettive
Scadenza Da 1 settimana a 12 mesi Overnight
Fonte EMMI BCE

Chi influenza chi?

In linea generale, l’€STR influenza l’Euribor, ma non viceversa. L’€STR è un tasso osservato oggi, mentre l’Euribor incorpora le aspettative sui tassi futuri. Se l’€STR scende in modo stabile, è probabile che anche l’Euribor cali nel tempo, poiché riflette attese di una politica monetaria più accomodante.

Conclusione

L’Euribor e l’€STR sono entrambi fondamentali per capire come si muovono i tassi nell’area euro, ma servono scopi diversi. Il primo guarda avanti, il secondo fotografa l’oggi. Conoscerne le differenze è essenziale per interpretare correttamente l’andamento dei mutui, dei prestiti e dei mercati finanziari.

I  tassi  aggiornati su €STR

I tassi Euribor

Mutuo a tasso variabile: come è cambiata la rata dopo i tagli BCE

Dall’autunno 2023 la Banca Centrale Europea ha avviato una serie di tagli ai tassi di interesse, con l’obiettivo di rilanciare il credito e sostenere l’economia. Questo ha avuto effetti immediati per chi ha sottoscritto un mutuo indicizzato al tasso BCE: le rate mensili sono progressivamente diminuite, portando un concreto risparmio a famiglie e imprese.Mutuo a tasso variabile: come è cambiata la rata dopo i tagli BCE 6

Quanto si risparmia oggi rispetto a un anno fa?

 

Prendiamo come esempio un mutuo a tasso variabile con le seguenti caratteristiche:

  • Importo: 120.000,00 €
  • Durata: 20 anni
  • Indicizzazione: Tasso BCE

Di seguito l’evoluzione della rata mensile nel tempo:

Data Tasso BCE Rata mensile (€)
20 Settembre 2023 4,50% 759,18 €
12 Giugno 2024 4,25% 743,08 €
18 Settembre 2024 3,65% 705,24 €
23 Ottobre 2024 3,40% 689,80 €
18 Dicembre 2024 3,15% 674,56 €
5 Febbraio 2025 2,90% 658,22 €
12 Marzo 2025 2,65% 644,56 €
23 Aprile 2025 2,40% 631,24 €

Il vantaggio per famiglie e imprese

Nel giro di pochi mesi, chi aveva acceso un mutuo variabile ha visto la rata ridursi di oltre 100 euro al mese. A parità di capitale e durata, si passa da una rata di 759 € a settembre 2023 a 631 € ad aprile 2025, con un risparmio annuo che supera i 1.500 euro.

Questo scenario rende i mutui variabili particolarmente interessanti in questa fase economica. Le decisioni della BCE stanno incidendo direttamente sulla qualità della vita e sulla liquidità disponibile per famiglie e attività produttive.

Hai un mutuo variabile o stai pensando di richiederlo?

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La serie storica dei tassi BCE

Effetti delle variazioni dell’interesse sulla rata

A marzo 2025 l’inflazione accelera: +1.9%

A marzo 2025 l’inflazione accelera, salendo all’1,9% dall’1,6% di febbraio smentendo il 2% comunicato dalla scorsa stima Istat.

A marzo 2025 l’inflazione accelera: +1.9% 7
Grafico inflazione Italia gennaio 2020 – marzo 2025

Questa dinamica è influenzata principalmente dalle componenti più volatili dell’indice. In particolare, i prezzi dei Beni energetici registrano una forte impennata su base tendenziale (+2,6%, rispetto allo +0,6% del mese precedente), trainati soprattutto dalla componente non regolamentata (+0,7%, dopo il -1,9% di febbraio). 

Anche gli Alimentari non lavorati mostrano un’accelerazione, passando da +2,9% a +3,3%.

L’inflazione di fondo, invece, si mantiene stabile a +1,7%. Infine, i prezzi del “carrello della spesa” crescono a un ritmo leggermente più sostenuto, con un tasso tendenziale che a marzo raggiunge il +2,1%contro il +2,0% di febbraio.

La media annua dell’inflazione a marzo sale dall’1,5% di febbraio a all’1,7%. Consulta la serie storica dell’inflazione media in Italia

 

 

Zone 2: definizione, adattamenti e applicazione nel ciclismo professionistico

Basato sullo studio pubblicato su International Journal of Sports Physiology and Performance (2025)Zone 2: definizione, adattamenti e applicazione nel ciclismo professionistico 8

Cos’è l’allenamento in Zona 2?

La Zona 2 è un’intensità di allenamento sub-lattacida, cioè immediatamente al di sotto della prima soglia lattacida (LT1) o della soglia ventilatoria (VT1). È considerata una delle zone fondamentali nell’allenamento di resistenza.

I valori tipici di riferimento per la Zona 2 sono:

  • Lattato: circa 1-2 mmol/L
  • Frequenza cardiaca: 70-80% della FC max o 80-90% della FC a LT1
  • Potenza: 75-80% della potenza critica (Critical Power)
  • RPE (scala Borg 6–20): circa 10

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Figura 1 — Allineamento tra il modello a 3 zone (A), ottenuto tramite test di laboratorio, e il modello a 5 zone (B) comunemente utilizzato nella pratica dell’allenamento. Zone aggiuntive possono essere identificate a intensità supramassimali (cioè superiori al VO<sub>2</sub>max). Riadattato con autorizzazione da Seiler. HR<sub>max</sub> indica la frequenza cardiaca massima; LT, soglia lattacida; VT, soglia ventilatoria; VO<sub>2</sub>max, massimo consumo di ossigeno.
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Figura 1 — Allineamento tra il modello a 3 zone (A), ottenuto tramite test di laboratorio, e il modello a 5 zone (B) comunemente utilizzato nella pratica dell’allenamento. Zone aggiuntive possono essere identificate a intensità supramassimali (cioè superiori al VO2max). Riadattato con autorizzazione da Seiler. HRmax indica la frequenza cardiaca massima; LT, soglia lattacida; VT, soglia ventilatoria; VO2max, massimo consumo di ossigeno.

Questa zona si colloca tra l’intensità “facile” della zona 1 e la “comfortably hard” della zona 3, spesso utilizzando modelli a 5 o 7 zone sovrapposti a quello classico a 3 zone (zone delimitate da LT1 e LT2).

Confronto tra Zona 2, LT1 e soglia anaerobica (LT2)

Nel modello a 3 zone, la Zona 2 si estende dalla fine della zona 1 (LT1) fino alla soglia anaerobica (LT2), ma nello studio esaminato, gli esperti concordano che per ottenere i benefici desiderati, l’intensità ottimale sia subito sotto LT1.

La Critical Power, che rappresenta un’intensità sostenibile per circa 30-60 minuti, è nettamente superiore a quella della zona 2. La potenza in zona 2 corrisponde tipicamente al 75–80% della CP.

Zona 2 e potenza critica: un esempio pratico

Un modo utile per quantificare la Zona 2 in termini di potenza è riferirsi alla Critical Power (CP), ovvero la potenza media massima sostenibile per circa 30–60 minuti, spesso sovrapponibile alla soglia anaerobica (LT2). Secondo il consenso tra esperti, la Zona 2 si colloca tra il 75% e l’80% della CP, un’intensità che consente di stimolare adattamenti aerobici profondi restando sotto LT1.

Per esempio, un ciclista professionista con una CP di 400 watt si allenerà in Zona 2 mantenendo una potenza tra 300 e 320 watt. In questo range, si osservano:

  • Lattato stabile attorno a 1–2 mmol/L
  • Frequenza cardiaca: 70–80% della massima, o 80–90% della FC a LT1
  • RPE (scala Borg 6–20): circa 10

È importante ricordare che, soprattutto in sessioni lunghe (>2 ore), fattori come disidratazione o glicogeno basso possono causare un drift cardiaco: in questi casi è consigliabile regolare la potenza in modo da rimanere nei parametri fisiologici della zona.

Adattamenti fisiologici attesi

L’allenamento in Zona 2 stimola una serie di adattamenti centrali e periferici:

  • Aumento della capillarizzazione muscolare
  • Maggior presenza di enzimi mitocondriali nelle fibre di tipo I
  • Efficienza metabolica migliorata (più grassi usati a parità di potenza)
  • Compressione tra LT1 e LT2 → soglie più alte a parità di fatica
  • Resilienza cognitiva e capacità mentale di sostenere lunghe sessioni monotone

Modalità di allenamento in Zona 2

Le strategie raccomandate sono tre:

  1. Sessioni continue: pedalate lunghe (>2 ore), mantenendo FC e RPE in zona
  2. Sessioni variabili: stessa durata ma con brevi periodi in zona 1 per rompere la monotonia (rapporto 5:1)
  3. Sessioni a intervalli: zona 2 usata per il recupero attivo tra intervalli ad alta intensità, o nella parte finale della seduta

Quanto tempo in Zona 2 per un professionista?

Un ciclista professionista si allena tra 900 e 1100 ore l’anno. Secondo i dati riportati dallo studio e da altri lavori (es. Seiler 2010), la distribuzione dell’intensità è generalmente polarizzata:

Zona % del tempo Ore annue (su 1000)
Zona 1 (molto bassa) 25–35% 250–350 h
Zona 2 40–55% 400–550 h
Zone 3–5 (moderata/alta) 10–20% 100–200 h

Quindi è evidente che la zona 2 rappresenta il cuore dell’allenamento di endurance di un élite. Non è solo una zona “facile”: è il motore metabolico della performance.


Fonti principali: IJSPP 2025 – Zone 2 Training, a cura di Sebastian Sitko, Xabier Artetxe, Martin Bonnevie-Svendsen, Miguel Ángel Galán-Rioja, Gabriele Gallo, Frédéric Grappe, Peter Leo, Manuel Mateo, Iñigo Mujika, Dajo Sanders, Stephen Seiler, Mikel Zabala, Pedro L. Valenzuela e Aitor Viribay.

 

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I dazi di Trump al 25% sull’Europa: analisi e strategie

Data: 4 aprile 2025 | Autore: Grok

Introduzione: l’allarme in Europa

Export dei vini Italiani negli USA
Export dei vini Italiani negli USA

Il 2 aprile 2025, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato l’introduzione di dazi del 25% sulle merci europee dirette verso il mercato statunitense, una mossa che ha scatenato un’ondata di preoccupazione in tutta l’Unione Europea. Questa politica protezionistica, che si aggiunge a tariffe già applicate su Canada, Messico e Cina, mira a ridurre il deficit commerciale americano, ma rischia di innescare una guerra commerciale globale. Basandoci sui dati più recenti e sulle analisi economiche disponibili, esploriamo gli impatti di questa decisione, le possibili strategie di risposta dell’Europa e le conseguenze su inflazione, tassi di interesse e mercati azionari, sia in Europa che negli USA.

Gli impatti economici dei dazi: dati e proiezioni

Nel 2024, l’export europeo verso gli Stati Uniti ha raggiunto un valore di circa 576 miliardi di euro, secondo i dati Eurostat, con l’Italia che ha contribuito per 66,4 miliardi di euro (10,7% del totale nazionale). I settori più esposti includono l’automotive (40 miliardi di euro di export UE), l’agroalimentare (7,8 miliardi solo per l’Italia) e il farmaceutico. L’introduzione di dazi al 25% potrebbe ridurre l’export europeo verso gli USA del 6-7%, secondo stime di Oxford Economics, con Germania (-7,1%) e Italia (-6,6%) tra i paesi più colpiti.

Dato chiave: Prometeia stima che i dazi potrebbero costare all’Italia tra 4 e 7 miliardi di euro annui, con un impatto significativo su bevande (39% dell’export verso gli USA), automotive (30,7%) e farmaci (30,7%).

Questi numeri suggeriscono una contrazione della domanda americana per i prodotti europei, con margini di profitto ridotti per le imprese esportatrici e una possibile perdita di competitività. Inoltre, l’OCSE prevede che un aumento generalizzato delle barriere commerciali potrebbe ridurre il PIL globale dello 0,3% entro il 2027, con un impatto più marcato sugli USA (-0,7%) e sull’Eurozona (-0,6%).

Effetti inflattivi e sui tassi di interesse

In Europa: I dazi americani potrebbero avere un effetto indiretto sull’inflazione europea. Se l’UE rispondesse con controdazi (come annunciato dalla Commissione Europea), i prezzi dei beni importati dagli USA aumenterebbero, spingendo l’inflazione nell’Eurozona. Secondo l’OCSE, un’escalation tariffaria globale potrebbe incrementare l’inflazione di 0,4 punti percentuali annui nei primi tre anni. Tuttavia, la debole crescita economica europea (PIL previsto all’1% nel 2025) potrebbe attenuare queste pressioni, spingendo la BCE a mantenere una politica monetaria accomodante, con tassi potenzialmente tagliati di 25-50 punti base entro fine anno.

Negli USA: L’impatto inflattivo sarà più diretto. JPMorgan stima che i dazi al 25% potrebbero aggiungere il 2% all’indice dei prezzi al consumo (CPI), portando l’inflazione USA dal 2,5% (dato PCE 2024) a circa il 2,8-3% nel 2025. Questo scenario complicherebbe il lavoro della Federal Reserve, che potrebbe essere costretta a ritardare i tagli dei tassi (attualmente al 4,25-4,50%) o addirittura aumentarli di un punto percentuale, secondo l’OCSE, per contrastare le pressioni sui prezzi. Ciò aumenterebbe i costi di finanziamento per le imprese americane, con un possibile calo degli investimenti privati del 2%.

Nomura prevede che i dazi rallenteranno la crescita economica globale e aumenteranno l’inflazione, portando a tagli più rapidi dei tassi di interesse sia da parte della Federal Reserve statunitense che della Banca Centrale Europea. In particolare, si prevede che la BCE possa effettuare tagli dei tassi già ad aprile e giugno 2025, riducendo il tasso terminale al 2,00%.

Inoltre, l’aumento dei prezzi delle importazioni dovuto ai dazi potrebbe alimentare l’inflazione nell’area dell’euro, mentre la diminuzione delle esportazioni potrebbe rallentare la crescita economica, creando una situazione complessa per la politica monetaria europea.

Pro e contro: Per l’Europa, tassi bassi favorirebbero la ripresa, ma l’inflazione importata ridurrebbe il potere d’acquisto. Negli USA, tassi più alti potrebbero stabilizzare i prezzi, ma a costo di una crescita economica più lenta.

Reazioni dei Mercati Finanziari

L’annuncio dei dazi ha avuto ripercussioni immediate sui mercati finanziari globali. In Europa, l’indice pan-europeo STOXX ha registrato una flessione dell’1,8%, segnando una perdita settimanale del 5%, la peggiore degli ultimi tre anni. Le banche europee, particolarmente sensibili alle condizioni economiche, hanno subito perdite significative, con un calo dell’11% in due giorni, il più marcato dal marzo 2020.

Negli Stati Uniti, i principali indici azionari hanno subito cali drastici. Il Dow Jones Industrial Average è sceso di 1.200 punti (2,8%), l’S&P 500 ha perso il 3,2% e il Nasdaq ha registrato una flessione del 4,3%. Le azioni di aziende tecnologiche come Apple, Nvidia e Tesla hanno subito perdite significative, rispettivamente del 9%, 5% e 4%.

Vantaggi e svantaggi per gli USA: un gioco a somma zero?

Trump sostiene che i dazi genereranno “miliardi di dollari” per ridurre il deficit federale (1.800 miliardi di dollari nel 2024) e rilanciare l’industria americana. Le stime di Yale indicano che i dazi potrebbero raccogliere 280 miliardi di dollari annui, un aumento significativo rispetto ai 77 miliardi del 2024, ma insufficiente a coprire il deficit o i 450 miliardi necessari per rifinanziare i tagli fiscali del 2017. Inoltre, la reindustrializzazione potrebbe creare posti di lavoro (stimati 150.000 nel manifatturiero entro il 2026), ma a costi elevati per i consumatori: il reddito disponibile reale delle famiglie USA potrebbe calare di 1.600 dollari annui, secondo l’OCSE.

Critica: I dazi non risolvono gli squilibri strutturali dell’economia USA, come la dipendenza dalle filiere globali. Il rischio di ritorsioni (Canada ha già imposto dazi al 25% su 155 miliardi di merci USA) e l’isolamento commerciale potrebbero vanificare i benefici, portando a una recessione tecnica nel 2025, come previsto da JPMorgan.

Strategie per l’Europa: come attenuare l’impatto

  1. Controdazi mirati: L’UE potrebbe imporre tariffe su prodotti americani strategici (es. tech e agroalimentare), come fatto nel 2018 con Harley-Davidson e whiskey, per un valore di 26 miliardi di euro. La Commissione Europea ha promesso “massimo impatto” con una lista ben selezionata.
  2. Diversificazione dei mercati: Rafforzare gli accordi commerciali con Asia (es. Giappone, +13% export UE nel 2024) e Africa per compensare le perdite negli USA. L’Italia potrebbe puntare su Cina e India per vini e macchinari.
  3. Sostegno alle imprese: Fondi UE per l’export (es. NextGenerationEU) e incentivi alla rilocalizzazione produttiva nell’Eurozona potrebbero mitigare i costi, soprattutto per PMI italiane.
  4. Riduzione della dipendenza dal dollaro: Promuovere l’euro negli scambi internazionali, riducendo l’esposizione alle fluttuazioni del cambio euro-dollaro (attualmente a 1,05).
  5. Negoziazione: Cercare esenzioni settoriali con gli USA, sfruttando la leva geopolitica della NATO e la cooperazione su energia e difesa.

Queste strategie, se coordinate, potrebbero limitare l’impatto economico al 2-3% del PIL europeo, secondo Confindustria, evitando una spirale recessiva.

Conclusioni: un equilibrio precario

I dazi di Trump al 25% rappresentano una sfida senza precedenti per l’Europa, con rischi di inflazione, rallentamento economico e volatilità sui mercati. Tuttavia, una risposta strategica dell’UE potrebbe trasformare questa crisi in un’opportunità per rafforzare l’autonomia economica del continente. Negli USA, i benefici a breve termine potrebbero essere offuscati da costi strutturali e instabilità globale. In un mondo interconnesso, il protezionismo di Trump rischia di essere un gioco a somma zero, dove nessuno vince davvero.

Dazi USA al 25% sui vini: la strategia dell’AI Grok

Un aumento dei dazi al 25% sulle esportazioni di vini verso gli Stati Uniti rappresenta una sfida significativa per i produttori italiani. Con il costo delle bottiglie che sale, ad esempio da 10 a 12,50 dollari per gli importatori, il rischio è un calo della domanda. Ma quali strategie può adottare un’impresa vinicola per affrontare questa situazione? Ecco un’analisi pratica.

Export dei vini Italiani negli USA
Export dei vini Italiani negli USA

1. Analisi dell’impatto economico

Il primo passo è calcolare l’effetto dei dazi. Se una bottiglia aumenta di prezzo, bisogna capire quanto del costo extra può essere assorbito dall’azienda e quanto ricadrà sui consumatori. La domanda è elastica? I clienti americani pagheranno di più o sceglieranno vini locali?

2. Negoziazione con gli importatori

Collaborare con i partner USA è fondamentale. Si può proporre di coprire parte del dazio, riducendo i margini, in cambio di ordini garantiti. Sconti temporanei o promozioni possono incentivare a mantenere i volumi.

3. Diversificazione dei mercati

Gli USA non sono l’unico mercato. Asia (Cina, Giappone, Corea del Sud), Europa (Polonia, Romania) o Canada offrono opportunità. Ridurre la dipendenza da un solo paese è una mossa strategica per il lungo termine.

4. Ottimizzazione dei costi

Per restare competitivi, si possono tagliare i costi di produzione, logistica o packaging. Concentrarsi su vini di fascia alta, meno sensibili al prezzo, è un’opzione valida.

5. Adattamento del prodotto

Creare una linea economica o collaborare con produttori locali per vini “ibridi” può aggirare i dazi. Formati alternativi, come il bag-in-box, potrebbero attirare nuovi clienti.

6. Lobbying e advocacy

Unirsi ad associazioni di categoria per fare pressione sui governi è cruciale. Chiedere esenzioni o negoziare accordi commerciali può alleviare il peso dei dazi.

7. Comunicazione con i consumatori

Il marketing può fare la differenza. Raccontare la qualità e la tradizione del vino, o lanciare campagne di solidarietà, può convincere i clienti a pagare di più.

8. Strategie a lungo termine

Se i dazi persistono, produrre negli USA o riorientarsi su altri mercati diventa inevitabile. La flessibilità è la chiave per sopravvivere.

Un esempio concreto

Con 100.000 bottiglie esportate a 10 dollari l’una, il fatturato è di 1 milione. Con i dazi, sale a 1,25 milioni. Assorbire il 10% del costo e spingere 20.000 bottiglie in Asia può bilanciare le perdite.

In conclusione, combinare resilienza, diversificazione e pressione politica trasforma una crisi in un’opportunità. I dazi sono un ostacolo, ma non una condanna.

Firmato: Grok, xAI

Data: 03 aprile 2025

Export Abruzzese verso gli USA: Una storia di passione e numeri

Un viaggio oltreoceano

Quando penso all’Abruzzo, mi vengono in mente i profumi della pasta fresca, il rosso intenso del Montepulciano, le mani esperte che intrecciano fili di lana o levigano legno. Ma c’è di più: c’è un cuore pulsante di aziende che, con tenacia e un pizzico di orgoglio, portano questi tesori fino agli Stati Uniti. I numeri, certo, parlano chiaro, ma dietro ogni cifra c’è una storia di persone, di sogni che attraversano l’Atlantico.

I dati che raccontano

Nel 2023, l’export abruzzese verso gli USA ha toccato vette importanti. I distretti, come quello della pasta di Fara, hanno spedito oltreoceano 240 milioni di euro di bontà, mentre i vini – oh, quei vini! – hanno sfiorato i 219 milioni. E poi c’è l’abbigliamento, che nel 2024 ha fatto un balzo pazzesco, con un +108% nel primo trimestre. Mi immagino un sarto di Chieti che sorride, sapendo che una sua giacca ora scalda qualcuno a New York.

Non dimentichiamo il mobilio: 119 milioni di euro nel 2023, e un altro +108% nel 2024. È come se ogni tavolo o sedia raccontasse un pezzo di Abruzzo, un po’ rustico, un po’ elegante, proprio come la nostra terra.

Le province Abruzzesi

Analizzando le province, l’Aquila emerge con una percentuale significativa: il 67,2% delle sue esportazioni è destinato al mercato statunitense, principalmente nel settore farmaceutico. Pescara e Teramo mostrano rispettivamente quote del 19% e del 7,5%, con Pescara focalizzata su automotive e chimico-farmaceutico, mentre Teramo concentra le sue esportazioni nel comparto agroalimentare e moda. ​ Tuttavia, l’introduzione di dazi da parte degli Stati Uniti rappresenta una minaccia concreta per il 19% dell’export abruzzese. Settori come automotive, chimico-farmaceutico, agroalimentare, vini, pelletteria e moda potrebbero subire contrazioni significative. Le cooperative agroalimentari, ad esempio, temono perdite occupazionali a causa della possibile riduzione delle vendite di prodotti come vino, olio d’oliva, formaggi, pomodoro e pasta.

Le sfide e il futuro

Ma non è tutto rose e fiori. I dazi americani, che aleggiano come nuvole all’orizzonte, preoccupano. Confindustria, proprio oggi – 3 aprile 2025 – lo ha ricordato: con 10 miliardi di euro di export totale, gli USA sono il nostro primo amore commerciale, e perderlo farebbe male. Eppure, c’è speranza. L’Abruzzo ha la forza di chi sa adattarsi, di chi ha sempre trovato il modo di rialzarsi.

Questi numeri, questi prodotti, non sono solo statistiche. Sono il sudore di chi si sveglia all’alba, il coraggio di chi spedisce un pezzo di casa propria dall’altra parte del mondo. E noi, scrivendo questo, non possiamo fare a meno di sentirci un po’ orgoglioso di loro.

TEAM rivaluta.it