Secondo la stima preliminare pubblicata da Eurostat, l’inflazione annua nell’area euro a marzo 2026 è pari al 2,5%, in aumento rispetto al 1,9% di febbraio.
Stima Inflazione Area Euro a Marzo 2026
Si tratta di un dato importante perché segnala un nuovo rialzo dei prezzi, dopo alcuni mesi di rallentamento.
Le cause: torna a spingere l’energia
L’elemento principale che spiega la risalita dell’inflazione è il forte rimbalzo dei prezzi energetici.
Componente
Febbraio 2026
Marzo 2026
Energia
-3,1%
4,9%
Servizi
3,4%
3,2%
Alimentari, alcol e tabacco
2,5%
2,4%
Beni industriali (non energetici)
0,7%
0,5%
Il dato più evidente è il passaggio dell’energia da valori negativi a un forte incremento annuo, con un impatto diretto sull’indice generale.
Inflazione complessiva e “core”
Analizzando le principali misure dell’inflazione:
Indice
Febbraio 2026
Marzo 2026
Inflazione totale (HICP)
1,9%
2,5%
Inflazione esclusa energia
2,4%
2,3%
Inflazione core (esclusi energia e alimentari)
2,4%
2,3%
Si osserva quindi un fenomeno chiaro:
L’inflazione “di fondo” è stabile o in leggero calo
L’inflazione totale cresce per effetto dell’energia
Andamento mensile (marzo 2026)
Su base mensile, l’indice generale aumenta dell’1,2%, un valore elevato per un singolo mese.
Componente
Variazione mensile marzo 2026
Energia
6,8%
Beni industriali non energetici
1,7%
Servizi
0,3%
Alimentari
0,1%
Ancora una volta emerge il ruolo dominante dell’energia nel determinare il dato complessivo.
Inflazione nei principali Paesi europei
Le dinamiche inflazionistiche restano molto differenziate tra i Paesi dell’area euro.
Paese
Febbraio 2026
Marzo 2026
Germania
2,0%
2,8%
Francia
1,1%
1,9%
Italia
1,5%
1,5%
Spagna
2,5%
3,3%
Paesi Bassi
2,3%
2,6%
L’Italia mostra una dinamica più contenuta rispetto alla media dell’area euro, con un’inflazione stabile all’1,5%.
Conclusioni
I dati Eurostat di marzo 2026 evidenziano un quadro molto chiaro:
l’inflazione torna a salire nell’area euro
la causa principale è il forte aumento dei prezzi energetici
l’inflazione di fondo rimane sotto controllo
In sintesi, non si tratta di una ripresa generalizzata dell’inflazione, ma di un effetto specifico legato all’energia, che potrebbe essere anche temporaneo.
L’ISTAT ha diffuso oggi le stime preliminari relative ai prezzi al consumo per il mese di marzo 2026, segnalando un’inversione di tendenza dopo il graduale rallentamento dei mesi precedenti.
Secondo i dati, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) registra un aumento dello 0,5% su base mensile e una crescita tendenziale del +1,7%, in accelerazione rispetto al +1,5% di febbraio.
Grafico inflazione fino a marzo 2026 (stima)
Cosa spinge l’inflazione verso l’alto?
La spinta principale arriva dal comparto energetico, che dopo mesi di flessione mostra una netta risalita. Gli energetici regolamentati passano da -11,6% a -1,3%, mentre quelli non regolamentati salgono dal -6,2% al -2,4%. In termini congiunturali, il rincaro è particolarmente evidente: +8,9% per i regolamentati e +4,6% per i non regolamentati.
A sostenere la dinamica inflazionistica contribuiscono anche gli Alimentari non lavorati, che accelerano al +4,4% (dal +3,7% di febbraio).
Dove si raffredda la corsa dei prezzi?
Sul versante opposto, si osserva un rallentamento nei servizi, che attenuano la loro crescita. In particolare:
– Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona: +3,0% (da +4,9%)
– Servizi relativi ai trasporti: +2,4% (da +2,8%)
– Servizi relativi all’abitazione: +4,2% (da +4,5%)
Il differenziale tra servizi e beni si riduce così a +2,1 punti percentuali, in calo rispetto ai +3,8 punti di febbraio.
A marzo cosa succede al “carrello della spesa” e all’inflazione di fondo?
Per le famiglie, un dato rilevante riguarda i prezzi dei beni alimentari e per la cura della casa e della persona, che salgono al +2,2% su base annua (da +2,0%), confermando un lieve aumento della pressione sulla spesa quotidiana.
L’ inflazione di fondo, che esclude gli energetici e gli alimentari freschi, segna invece un rallentamento al +1,9% (dal +2,4% di febbraio), segno che la risalita del dato generale è concentrata su componenti più volatili.
L’indice armonizzato (IPCA)
L’IPCA, l’indicatore utilizzato per i confronti europei, registra una variazione annua stabile al +1,5%, mentre su base mensile cresce dell’1,6%, influenzato dalla fine dei saldi stagionali di cui il NIC non tiene conto.
In conclusione
Il mese di marzo segna dunque una netta ripresa dell’inflazione su base annua (+1,7%), interrompendo la fase di discesa. L’effetto principale è da attribuire alla componente energetica, che torna a pesare sui bilanci familiari dopo un periodo di forte riduzione. Contestualmente, il rallentamento dei servizi e la discesa dell’inflazione di fondo suggeriscono che il rialzo rimane, per ora, circoscritto a settori specifici.
Restano da monitorare le dinamiche del “carrello della spesa”, in leggera ma costante crescita, e i prossimi aggiornamenti per verificare se questa risalita sarà confermata nei mesi a venire.
Previsione avanzata dell’inflazione
Strumento professionale basato su dati ufficiali, dinamiche storiche e un motore previsionale avanzato per stimare l’inflazione futura mese per mese.
Il Consiglio direttivo della BCE ha deciso di mantenere invariati i tre tassi di interesse di riferimento, confermando un approccio prudente in un contesto internazionale reso incerto dalla guerra in Medio Oriente.
Per consultare l’andamento aggiornato dei tassi ufficiali, è possibile vedere la tabella completa su Rivaluta: Tabella tassi BCE aggiornata.
Contesto economico e inflazione
La BCE ribadisce l’obiettivo di riportare l’inflazione al 2% nel medio termine. Tuttavia, il conflitto in Medio Oriente introduce elementi di forte incertezza, con rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita economica.
In particolare, l’aumento dei prezzi dell’energia potrebbe avere un impatto significativo nel breve periodo, mentre gli effetti a medio termine dipenderanno dalla durata del conflitto e dalla trasmissione dei costi energetici ai prezzi al consumo.
Nonostante il contesto, l’economia dell’area euro ha mostrato una buona capacità di tenuta, con aspettative di inflazione a lungo termine ancora ben ancorate.
Previsioni economiche aggiornate
Secondo le nuove proiezioni degli esperti della BCE:
Inflazione core: 2,3% nel 2026, 2,2% nel 2027, 2,1% nel 2028
Crescita economica: 0,9% nel 2026, 1,3% nel 2027, 1,4% nel 2028
Le stime mostrano una revisione al rialzo dell’inflazione, soprattutto per il 2026, dovuta al rincaro dell’energia, e una revisione al ribasso della crescita economica, influenzata negativamente dal contesto geopolitico globale.
Scenari di rischio
La BCE ha analizzato anche scenari alternativi. In caso di interruzioni prolungate delle forniture di petrolio e gas, si potrebbero verificare:
Inflazione più elevata
Crescita economica più debole
Gli effetti a medio termine dipenderanno in larga misura dall’intensità degli shock energetici e dai loro effetti indiretti sull’economia.
Decisione sui tassi di interesse
I tassi di riferimento della BCE restano invariati:
Tasso sui depositi: 2,00%
Tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali: 2,15%
Tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale: 2,40%
Politica monetaria e approccio futuro
Il Consiglio direttivo continuerà a seguire un approccio basato sui dati, valutando di volta in volta l’orientamento della politica monetaria in base all’evoluzione dell’inflazione, ai dati economici e alla trasmissione delle misure adottate.
Non viene quindi predefinito un percorso dei tassi, mantenendo flessibilità nelle decisioni future.
Programmi di acquisto titoli
I portafogli relativi al PAA (Programma di acquisto di attività) e al PEPP (programma pandemico) stanno continuando a ridursi in modo graduale, poiché non vengono più reinvestiti i titoli in scadenza.
Conclusioni
La BCE si dichiara pronta a intervenire con tutti gli strumenti disponibili per garantire la stabilità dei prezzi e il corretto funzionamento della trasmissione della politica monetaria nell’area euro.
In particolare, resta disponibile lo strumento di protezione del meccanismo di trasmissione per contrastare eventuali tensioni ingiustificate sui mercati finanziari.
Secondo i dati definitivi diffusi dall’ISTAT, nel mese di febbraio 2026 l’indice nazionale dei prezzi al consumo (NIC) ha registrato un aumento dello +0,7% su base mensile e un incremento tendenziale del +1,5% (in deciso rialzo rispetto al +1,0% di gennaio). La stima preliminare era stata fissata a +1,6%.
A trascinare l’inflazione sono soprattutto i servizi: i Servizi relativi ai trasporti passano da +0,7% a +2,9%, mentre i Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona volano a +4,9% (dal +3,0% di gennaio). In aumento anche gli Alimentari non lavorati (da +2,5% a +3,7%).
L’inflazione di fondo (al netto di energetici e alimentari freschi) risale sensibilmente: +2,4% (dal +1,7% di gennaio).
Di seguito i principali indicatori:
Generale (NIC): +0,7% congiunturale, +1,5% annuo
Beni alimentari, cura casa e persona: +2,0% annuo
Servizi: +3,6% annuo (dal +2,5%)
Energetici (regolamentati): -11,6% annuo
Energetici (non regolamentati): -6,2% annuo
Inflazione acquisita per il 2026: +1,1%
IPCA (armonizzato): +0,5% mensile, +1,5% annuo
FOI (famiglie operai e impiegati): +0,5% mensile, +1,1% annuo
L’ISTAT segnala inoltre che il differenziale tra servizi e beni si è ampliato a +3,8 punti percentuali.
❚ Il commento: “carrello della spesa” in lieve crescita, servizi sempre più cari
L’accelerazione di febbraio è dovuta prevalentemente all’aumento dei prezzi nei servizi legati al tempo libero e ai trasporti. I beni alimentari, per la cura della casa e della persona segnano un +2,0% (dal +1,9% di gennaio). I tabacchi registrano un balzo congiunturale del +3,3%.
Effetto parzialmente compensativo arriva dagli energetici, ancora in forte flessione tendenziale (-6,6% complessivo), grazie soprattutto alla componente regolamentata (-11,6%).
❚ L’ombra lunga della crisi nel Golfo: possibili scenari
Se i dati di febbraio mostrano un’inflazione ancora sotto controllo grazie al calo dei prezzi energetici, le prospettive per i prossimi mesi potrebbero essere oscurate dalle crescenti tensioni geopolitiche nell’area del Golfo Persico. Un eventuale conflitto nella regione comporterebbe quasi certamente una brusca impennata del prezzo del petrolio, con effetti a catena sui costi di trasporto e produzione.
Secondo gli analisti, anche solo un aumento prolungato del 10% del greggio potrebbe tradursi in uno 0,3-0,5% aggiuntivo sull’inflazione italiana entro fine anno, vanificando gli attuali effetti calmieranti degli energetici e innescando nuove tensioni sui prezzi al consumo. In particolare, i settori più vulnerabili sarebbero proprio i trasporti e gli alimentari lavorati, già sensibili ai costi energetici.
L’ISTAT, nei suoi commenti, non entra nel merito geopolitico, ma monitorerà con attenzione l’evoluzione dei prezzi delle materie prime nelle prossime rilevazioni. L’inflazione di fondo, salita al 2,4%, potrebbe quindi subire ulteriori spinte se la crisi dovesse degenerare, rendendo più complesso il quadro per famiglie e imprese.
Negli ultimi mesi la situazione nel Golfo Persico è seguita con grande attenzione dagli analisti internazionali perché coinvolge rotte energetiche fondamentali, attori regionali molto armati e la presenza diretta o indiretta
delle principali potenze mondiali.
Quando si parla di tensioni o di possibile guerra nel Golfo oggi ci si riferisce soprattutto al confronto tra Iran e Israele e al coinvolgimento di gruppi alleati dell’Iran nella regione.
In questo contesto sono indirettamente coinvolti anche gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo Persico.
La regione è estremamente sensibile perché gran parte del petrolio mondiale passa attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei punti di transito energetico più importanti del pianeta.
Qualsiasi escalation militare in quest’area può avere effetti immediati sui prezzi del petrolio e quindi sull’economia globale.
Gli analisti parlano spesso di una “guerra a bassa intensità”, caratterizzata da attacchi indiretti, uso di droni, missili e azioni di milizie alleate. Non si tratta ancora di un conflitto aperto tra grandi Stati,
ma il rischio di escalation rimane costante.
Grafico Inflazione e Carburanti in Italia
Perché il Golfo Persico è cruciale per il prezzo del petrolio
Circa un quinto del petrolio mondiale transita ogni giorno attraverso lo Stretto di Hormuz.
In caso di blocco parziale delle rotte marittime o di attacchi alle infrastrutture energetiche,
l’offerta globale di greggio potrebbe ridursi rapidamente.
Storicamente, ogni aumento della tensione geopolitica in quest’area provoca una reazione quasi immediata
dei mercati energetici, con rialzi del prezzo del petrolio e dei carburanti.
L’andamento dei prezzi alla pompa in Italia può essere analizzato anche attraverso la
serie storica disponibile su Rivaluta:
L’analisi delle serie storiche mostra come i picchi di prezzo dei carburanti siano spesso collegati a crisi geopolitiche o a shock dell’offerta energetica.
Possibili scenari per petrolio e mercati
Scenario 1: tensioni limitate
Se la situazione dovesse rimanere sotto controllo, con episodi militari circoscritti e senza blocchi
alle rotte energetiche, l’impatto sui prezzi del petrolio potrebbe essere limitato.
In questo caso i mercati tenderebbero a reagire solo con oscillazioni temporanee.
Il prezzo del petrolio potrebbe restare all’interno di un intervallo relativamente stabile,
con impatti moderati sui prezzi dei carburanti e sull’inflazione.
Scenario 2: escalation regionale
Un allargamento del conflitto con attacchi a infrastrutture petrolifere o alle rotte di navigazione
potrebbe invece generare forti rialzi dei prezzi del greggio.
In questo scenario gli effetti sarebbero immediati:
aumento dei prezzi di benzina e gasolio
pressioni inflazionistiche in Europa
maggiore volatilità sui mercati finanziari
Scenario 3: blocco dello Stretto di Hormuz
Si tratta dello scenario più estremo ma anche quello più temuto dai mercati.
Una chiusura o limitazione del traffico nello Stretto di Hormuz potrebbe ridurre drasticamente
l’offerta mondiale di petrolio.
In questo caso il prezzo del greggio potrebbe salire molto rapidamente con effetti
a catena sull’intera economia globale.
Effetti sull’inflazione in Italia
L’energia è una delle componenti più importanti dell’inflazione.
Un aumento dei prezzi del petrolio si trasmette rapidamente ai prezzi dei carburanti, dei trasporti e di molti beni di consumo.
Per analizzare l’evoluzione dell’inflazione nel tempo è possibile consultare anche le serie storiche degli indici ISTAT disponibili su Rivaluta:
L’indice FOI (Famiglie di Operai e Impiegati) è uno degli indicatori più utilizzati per misurare l’andamento dell’inflazione e per aggiornare importi economici nel tempo.
Le fasi di forte aumento dei prezzi energetici sono spesso associate a periodi di inflazione più elevata, come avvenuto durante le crisi energetiche del passato.
Le tensioni geopolitiche nel Golfo Persico rappresentano quindi un fattore di rischio per l’economia globale e per l’Europa.
Per Paesi importatori di energia come l’Italia, l’evoluzione del conflitto può influenzare direttamente il costo dell’energia, l’andamento dell’inflazione e la stabilità dei mercati.
Monitorare i dati economici e le serie storiche – come quelle disponibili su Rivaluta – aiuta a comprendere meglio come eventi geopolitici e dinamiche energetiche possano influenzare l’economia reale.
Secondo le stime preliminari dell’ISTAT, l’inflazione in Italia torna ad accelerare nel mese di febbraio 2026. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC, al lordo dei tabacchi) registra infatti una crescita del +0,8% su base mensile e del +1,6% su base annua.Si tratta di un aumento significativo rispetto al mese precedente, quando l’inflazione si attestava al +1,0%. L’accelerazione è dovuta soprattutto all’aumento dei prezzi dei servizi e di alcuni prodotti alimentari.
Perché l’inflazione è aumentata a febbraio 2026
L’incremento dell’inflazione è legato principalmente alla dinamica dei prezzi in alcuni settori chiave
dell’economia italiana.
Servizi relativi ai trasporti: crescita dal +0,7% al +3,0%
Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona: aumento dal +3,0% al +4,9%
Alimentari non lavorati: accelerazione dal +2,5% al +3,6%
Questi aumenti sono stati parzialmente compensati dal calo dei prezzi energetici.
Energetici regolamentati: -11,3% su base annua
Energetici non regolamentati: -6,2% su base annua
Rallentano inoltre leggermente i prezzi degli alimentari lavorati, che passano dal
+1,9% al +1,7%.
Inflazione di fondo in aumento
Nel mese di febbraio cresce anche la cosiddetta inflazione di fondo, cioè quella calcolata
al netto delle componenti più volatili come energia e alimentari freschi.
Inflazione core (senza energetici e alimentari freschi): +2,4% (da +1,7%)
Inflazione al netto dei soli energetici: +2,5% (da +1,9%)
L’aumento dell’inflazione di fondo indica che la pressione sui prezzi proviene sempre più
dai servizi e da altri settori dell’economia, e non solo dall’energia.
Differenza tra prezzi dei beni e dei servizi
L’analisi ISTAT evidenzia una divergenza sempre più marcata tra l’andamento dei prezzi dei beni
e quello dei servizi.
Prezzi dei beni: -0,2% su base annua
Prezzi dei servizi: +3,6% su base annua
Il differenziale tra servizi e beni aumenta quindi da 2,7 a 3,8 punti percentuali,
confermando che l’inflazione è trainata principalmente dal settore dei servizi.
Il carrello della spesa
I prezzi dei beni alimentari e dei prodotti per la casa e la persona, spesso indicati come “carrello della spesa”, mostrano una moderata accelerazione:
+2,2% su base annua (dal +1,9% di gennaio)
Questo dato è particolarmente rilevante perché riguarda beni acquistati frequentemente dalle famiglie
e quindi ha un impatto diretto sul costo della vita.
Indice armonizzato europeo (IPCA)
Secondo le stime preliminari, anche l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA),
utilizzato per il confronto tra i Paesi dell’Unione Europea, registra un aumento:
+0,6% su base mensile
+1,6% su base annua (dal +1,0% del mese precedente)
Sintesi: inflazione in accelerazione nel 2026
Nel complesso, l’inflazione in Italia a febbraio 2026 mostra una chiara accelerazione, trainata soprattutto dall’aumento dei prezzi dei servizi, in particolare quelli legati al turismo, all’alloggio e ai trasporti.
Il calo dei prezzi energetici continua invece a esercitare un effetto di contenimento sull’inflazione complessiva.
Nel mese di gennaio 2026, secondo i dati definitivi ISTAT, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al netto dei tabacchi, registra una variazione del +0,4% su base mensile e del +1,0% su base annua (in calo dal +1,2% di dicembre), confermando la stima preliminare.
Andamento dei prezzi al consumo in Italia
Cosa traina l’inflazione?
La crescita tendenziale dell’indice generale si deve prevalentemente a:
Beni alimentari non lavorati: +2,5%
Beni alimentari lavorati: +1,9%
Servizi relativi all’abitazione: +4,4%
Tabacchi: +3,3%
Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona: +3,0%
Nel dettaglio settoriale, i beni registrano una variazione annua del -0,2%, mentre i servizi crescono del +2,5%, con un differenziale pari a +2,7 punti percentuali.
I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona aumentano dell’1,9% rispetto a gennaio 2025, così come quelli ad alta frequenza d’acquisto.
Inflazione al netto degli energetici e degli alimentari freschi: +1,7%
Inflazione al netto dei soli beni energetici: +1,9%
L’inflazione acquisita per il 2026 è pari a +0,4% per l’indice generale (era nulla a dicembre) e +0,4% per la componente di fondo (da +0,2%).
Per approfondire il significato di inflazione acquisita e calcolarne l’impatto su importi e stipendi è possibile utilizzare il nostro simulatore di previsione dell’inflazione.
Variazioni mensili (congiunturali)
La variazione mensile del +0,4% è influenzata principalmente da:
Energetici regolamentati: +8,9%
Servizi relativi all’abitazione: +1,9%
Alimentari non lavorati: +1,2%
Alimentari lavorati: +0,6%
Energetici non regolamentati: +1,1%
Beni durevoli: +0,8%
Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona: +0,7%
Servizi di trasporto: -3,8% (unico comparto in calo)
IPCA e FOI: gli altri indici
Indice IPCA
L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) registra:
-1,0% su base mensile (effetto saldi invernali di abbigliamento e calzature, non considerati nel NIC)
+1,0% su base annua (da +1,2% del mese precedente)
Per consultare la serie storica IPCA e calcolare variazioni percentuali personalizzate è disponibile la pagina dedicata: Serie storica e calcolo IPCA.
Indice FOI
L’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra:
Il dato di gennaio 2026 evidenzia un rallentamento dell’inflazione su base annua, con una dinamica ancora sostenuta nei servizi e negli alimentari, mentre i beni mostrano segnali di debolezza. L’inflazione acquisita torna positiva, indicando una pressione di fondo che potrebbe riflettersi sui mesi successivi.
Conferenza stampa BCE – Sintesi ufficiale (5 febbraio 2026)
La Presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, insieme al Vicepresidente Luis de Guindos, ha illustrato a Francoforte gli esiti della riunione del 5 febbraio 2025.
Decisioni di politica monetaria
Il Consiglio direttivo ha deciso di mantenere invariati i tre tassi di interesse di riferimento. Qui la tabella dei tassi BCE
Le valutazioni aggiornate confermano che l’inflazione è in linea con una stabilizzazione attorno all’obiettivo del 2% nel medio termine.
L’approccio della BCE resta guidato dai dati: le decisioni sui tassi saranno assunte riunione per riunione, sulla base delle prospettive di inflazione, dei rischi associati, dell’andamento dell’inflazione di fondo e dell’efficacia della trasmissione della politica monetaria,
senza predefinire un percorso dei tassi.
Andamento dell’economia dell’area euro
Secondo la stima preliminare Eurostat, l’economia dell’area euro è cresciuta dello 0,3% nel quarto trimestre 2025, trainata soprattutto dai servizi,
in particolare informazione e comunicazione. Il settore manifatturiero ha mostrato una buona tenuta, mentre le costruzioni beneficiano del rafforzamento degli investimenti pubblici.
Il mercato del lavoro resta solido: la disoccupazione è scesa al 6,2% a dicembre.
L’aumento dei redditi da lavoro e la riduzione del risparmio delle famiglie dovrebbero sostenere
i consumi, mentre gli investimenti delle imprese sono sempre più orientati verso
le tecnologie digitali.
Inflazione
A gennaio 2026 l’inflazione complessiva è scesa all’1,7%, dal 2,0% di dicembre. Il calo è dovuto principalmente alla forte diminuzione
dei prezzi dell’energia (-4,1%).
L’inflazione al netto di energia e alimentari si attesta al 2,2%, mentre l’inflazione dei servizi rallenta al 3,2%.
Gli indicatori di inflazione di fondo restano coerenti con l’obiettivo del 2% nel medio periodo.
Le dinamiche salariali mostrano segnali di moderazione, anche se permangono incertezze legate alla componente retributiva eccedente i minimi contrattuali.
Le aspettative di inflazione di lungo periodo rimangono ancorate attorno al 2%.
Valutazione dei rischi
Le prospettive economiche e inflazionistiche restano condizionate da un contesto globale incerto: tensioni geopolitiche, politiche commerciali instabili e possibili frizioni nelle catene di approvvigionamento.
Al ribasso, l’inflazione potrebbe risentire di un rallentamento della domanda estera di un rafforzamento dell’euro. Al rialzo, pesano i rischi legati ai prezzi dell’energia, alle tensioni sulle materie prime, alla dinamica salariale e all’aumento della spesa per difesa e infrastrutture.
Condizioni finanziarie e credito
I tassi di mercato sono diminuiti rispetto alla precedente riunione, nonostante una temporanea maggiore volatilità finanziaria.
Il costo del credito alle imprese si colloca al 3,6%, mentre i nuovi mutui ipotecari restano stabili attorno al 3,3%.
I prestiti alle imprese crescono del 3,0% su base annua, mentre i mutui alle famiglie aumentano del 3,0%, sostenuti da una domanda in ripresa e da criteri di concessione più favorevoli.
Conclusioni
La BCE conferma la propria determinazione a mantenere l’inflazione stabilmente al 2%nel medio termine. Tutti gli strumenti disponibili resteranno pronti a essere utilizzati, se necessario, per garantire un’efficace trasmissione della politica monetaria e la stabilità dei prezzi nell’area euro.
Secondo la stima di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea , l’inflazione annua nell’area dell’euro dovrebbe attestarsi all’1,7% a gennaio 2026, in calo rispetto al 2,0% di dicembre scorso.
FONTE: Eurostat
Considerando le principali componenti dell’inflazione nell’area dell’euro , si prevede che i servizi registreranno il tasso annuo più elevato a gennaio (3,2%, rispetto al 3,4% di dicembre), seguiti da alimentari, alcol e tabacco (2,7%, rispetto al 2,5% di dicembre), beni industriali non energetici (0,4%, rispetto allo 0,3% di dicembre) ed energia (-4,1%, rispetto al -1,9% di dicembre) .
L’inflazione all’1,0% su base annua, in lieve rallentamento rispetto a dicembre (+1,2%), ma comunque sostenuta da alcune componenti chiave della spesa delle famiglie.
Indice NIC: andamento mensile e annuo
Nel mese di gennaio 2026 l’indice nazionale dei prezzi al consumo (NIC), al lordo dei tabacchi, registra:
+0,4% su base mensile
+1,0% su base annua
Il dato annuo segna un arretramento rispetto a dicembre, ma riporta l’inflazione su livelli appena superiori a quelli di ottobre 2024.
Alimentari e abitazione trainano l’aumento dei prezzi
Il sostegno principale all’inflazione deriva ancora una volta da voci di spesa essenziali e poco comprimibili:
Beni alimentari non lavorati: +2,5%
Beni alimentari lavorati: +2,2%
Servizi relativi all’abitazione: +4,4%
Tabacchi: +3,3%
Servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona: +3,0%FONTE: Istat
In particolare, il cosiddetto “carrello della spesa” (alimentari, cura della casa e della persona) mostra un incremento del +2,1% rispetto a gennaio 2025, confermando una pressione persistente sui consumi quotidiani.
Inflazione di fondo ancora superiore all’indice generale
Inflazione di fondo (al netto di energetici e alimentari freschi): +1,8%
Inflazione al netto dei soli beni energetici: +1,9%
Questo indica che la dinamica dei prezzi non è legata esclusivamente all’energia, ma si sta diffondendo anche ad altri comparti dell’economia.
Beni in calo, servizi in forte crescita
Dal confronto tendenziale emerge una netta divergenza:
Prezzi dei beni: −0,2%
Prezzi dei servizi: +2,5%
Il differenziale beni–servizi sale così a +2,7 punti percentuali, segnalando che l’inflazione italiana resta trainata soprattutto dal comparto dei servizi, in particolare quelli legati all’abitazione.
Dinamica congiunturale: cosa sale e cosa scende
La variazione mensile complessiva (+0,4%) è dovuta soprattutto a:
Energetici regolamentati: +8,7%
Servizi relativi all’abitazione: +1,9%
Alimentari non lavorati: +1,2%
Alimentari lavorati: +0,9%
Energetici non regolamentati: +0,8%
L’unica flessione significativa riguarda i Servizi di trasporto, in calo del −3,7% su base mensile.
Inflazione acquisita per il 2026
L’inflazione acquisita – ovvero quella che si avrebbe se i prezzi restassero fermi nei mesi successivi – risulta pari a:
+0,4% per l’indice generale
+0,5% per la componente di fondo
Entrambi i valori risultano in aumento rispetto a dicembre, quando l’inflazione acquisita era sostanzialmente nulla.
IPCA: confronto europeo
Secondo le stime preliminari:
IPCA: −1,0% su base mensile
+1,0% su base annua (da +1,2% di dicembre)
Il dato armonizzato conferma un rallentamento dell’inflazione, pur mantenendo un livello coerente con quello dell’indice nazionale.
Pressione elevata su alimentari e servizi abitativi
Servizi molto più inflazionistici dei beni
Inflazione di fondo ancora superiore all’indice generale
Dal punto di vista economico, gennaio 2026 conferma uno scenario di inflazione moderata ma strutturalmente diffusa, che continua a incidere sul potere d’acquisto delle famiglie, soprattutto attraverso le spese essenziali.
In questo articolo risponderemo alle tue domande su l’ipercolesterolemia basandoci esclusivamente su evidenze scientifiche.L’ipercolesterolemia è la presenza di valori elevati di colesterolo nel sangue, in particolare della frazione LDL. Dopo i 60 anni, però, il significato clinico del colesterolo alto dipende molto dal contesto metabolico, ormonale e funzionale della persona.
Come combattere dopo 60 anni l’ipercolesterolemia con l’attività sportiva
È fondamentale distinguere tra:
Ipercolesterolemia aterogena vera: LDL e ApoB elevate, associate a rischio cardiovascolare reale. Ipercolesterolemia funzionale: legata a sedentarietà, stress, ridotta massa muscolare o restrizione energetica, spesso reversibile.
Questa distinzione è decisiva per scegliere correttamente sia la dieta sia l’attività fisica.
L’attività fisica abbassa davvero il colesterolo LDL?
Sì, ma non qualsiasi attività fisica.
Le evidenze scientifiche mostrano che l’LDL si riduce quando l’esercizio:
– aumenta la clearance epatica delle LDL
– stimola i recettori LDL nel fegato
– migliora la sensibilità insulinica epatica
Questo accade solo superando una certa soglia di intensità.
Cosa significa “intensità efficace” in termini pratici?
Negli studi scientifici l’intensità viene espressa come percentuale del VO₂max, un parametro poco intuitivo per il pubblico.
Per renderlo comprensibile, ecco l’equivalenza pratica con la frequenza cardiaca massima (FCmax).
Equivalenza tra VO₂max e FCmax
50% VO₂max ≈ 60% FCmax → attività blanda 60% VO₂max ≈ 70% FCmax → attività moderata 65–75% VO₂max ≈ 75–85% FCmax → attività moderata–vigorosa (efficace su LDL) >80% VO₂max ≈ >85% FCmax → alta intensità
👉 L’LDL inizia a ridursi in modo significativo sopra il 70–75% della FCmax.
In questi casi l’attività fisica resta fondamentale per la salute generale, ma non può essere l’unico strumento.
Conclusione
Le evidenze scientifiche mostrano chiaramente che:
– non tutta l’attività fisica abbassa l’LDL
– l’intensità conta più della semplice quantità
– dopo i 60 anni serve un approccio mirato e sostenibile
Il colesterolo LDL risponde a stimoli fisiologici precisi, non al movimento generico.
Ipercolesterolemia e attività fisica dopo i 60 anni: guida pratica basata su evidenze scientifiche
Ipercolesterolemia e attività fisica dopo i 60 anni
Domande, risposte e applicazione pratica basate su evidenze scientifiche
Programma settimanale tipo: 4 ore per ridurre l’LDL dopo i 60 anni
Di seguito un esempio di programma minimo efficace, realistico e sostenibile, pensato per una persona over 60 in buono stato di salute, senza controindicazioni mediche.
Obiettivi del programma
– stimolare la clearance epatica delle LDL
– migliorare la sensibilità insulinica
– preservare massa muscolare e funzione metabolica
– evitare stress eccessivo e sovrallenamento
Distribuzione settimanale (totale circa 4 ore)
Giorno 1 – Aerobico continuo moderato–vigoroso (50 minuti)
– Intensità: 75–80% FCmax
– Attività: camminata veloce in salita, cyclette, bici, ellittica
– Respirazione impegnata ma controllata
Perché funziona: stimola direttamente i recettori LDL epatici e migliora l’assetto lipidico.
Giorno 2 – Allenamento di forza (50 minuti)
– Esercizi multiarticolari (gambe, schiena, spinta)
– Carichi medi, 2–3 serie per esercizio
– Recuperi completi
Perché è importante: preserva la massa muscolare, riduce l’insulino-resistenza e sostiene il metabolismo basale.
Giorno 3 – Aerobico continuo moderato–vigoroso (45–50 minuti)
– Intensità: 75–85% FCmax
– Attività diversa dal giorno 1 (varietà)
Perché funziona: l’effetto sull’LDL è dose-dipendente e richiede ripetizione settimanale.
Giorno 4 – Interval training leggero (30–35 minuti)
– 6–8 ripetute da 1–2 minuti a 85–88% FCmax
– Recupero attivo completo
– Riscaldamento e defaticamento inclusi
Perché inserirlo: migliora rapidamente la sensibilità insulinica e riduce la produzione epatica di lipoproteine aterogene.
Giorno 5 – Allenamento di forza (40–45 minuti)
– Seconda seduta settimanale
– Volume leggermente inferiore al giorno 2
Perché serve: consolidamento neuromuscolare e prevenzione della sarcopenia.
Nota importante
Le sedute possono essere distribuite su 5 giorni oppure accorpate su 4, mantenendo almeno 1 giorno di recupero completo.
Perché allenarsi troppo può impedire la riduzione del colesterolo LDL?
Questo è un punto spesso controintuitivo ma fondamentale, soprattutto dopo i 60 anni.
In alcune persone, aumentare eccessivamente volume o intensità di allenamento può portare a:
– LDL che non scende
– LDL che rimane stabile nonostante dieta corretta
– in alcuni casi, LDL che aumenta
Il motivo NON è l’allenamento in sé, ma il contesto metabolico
Quando l’allenamento supera la capacità di recupero, si attivano meccanismi fisiologici sfavorevoli:
– aumento cronico del cortisolo
– riduzione degli ormoni tiroidei attivi (T3)
– riduzione della clearance epatica delle LDL
– aumento della mobilizzazione lipidica da stress
Il risultato è un quadro simile a quello osservato nel digiuno cronico o nella sottoalimentazione.
Overtraining metabolico: cosa significa
Non si parla necessariamente di sovrallenamento sportivo classico, ma di stress metabolico cronico.
Succede quando:
– l’apporto calorico è insufficiente
– il recupero è scarso
– l’intensità è alta troppo spesso
– l’età riduce la resilienza ormonale
In questo contesto il fegato riduce l’espressione dei recettori LDL, e il colesterolo rimane in circolo più a lungo.
Segnali pratici che l’allenamento è eccessivo
– stanchezza persistente
– peggioramento del sonno
– calo della performance
– aumento dell’LDL non spiegato dalla dieta
In questi casi la strategia corretta non è allenarsi di più, ma ridurre carico e migliorare alimentazione e recupero.
Conclusione
Dopo i 60 anni il colesterolo LDL non risponde al movimento generico, ma a:
– intensità adeguata
– volume sufficiente ma non eccessivo
– contesto nutrizionale corretto
– recupero rispettato
Allenarsi meglio è più efficace che allenarsi di più.
La cellulite non è semplicemente un accumulo di grasso e non è una infiammazione nel senso clinico del termine.
La definizione tecnica corretta è Panniculopatia Edemato-Fibro-Sclerotica (PEFS).
La cellulite
Si tratta di una alterazione strutturale del tessuto sottocutaneo che coinvolge più componenti:
adipociti (cellule adipose)
microcircolo venoso e linfatico
matrice extracellulare
setti fibrosi di collagene
Il problema principale non è la quantità di grasso, ma il modo in cui grasso, liquidi e tessuto connettivo interagiscono tra loro.
Meccanismo fisiopatologico
Il processo si sviluppa generalmente secondo queste fasi:
alterazione del microcircolo
riduzione del drenaggio venoso e linfatico
accumulo di liquidi (edema interstiziale)
ipertrofia degli adipociti
fibrosi dei setti connettivali
trazione verso il basso della cute con aspetto a “buccia d’arancia”
Questo spiega perché la cellulite può essere presente anche in soggetti magri e perché il semplice dimagrimento spesso non la elimina.
Perché colpisce soprattutto le donne
La maggiore prevalenza femminile è dovuta a fattori anatomici e ormonali:
setti fibrosi disposti verticalmente
influenza degli estrogeni sulla ritenzione idrica
distribuzione ginoide del grasso corporeo
maggiore lassità del tessuto connettivo
La cellulite è quindi una condizione fisiopatologica molto comune, non un difetto estetico legato alla pigrizia o al peso corporeo.
Lo sport riduce la cellulite?
La letteratura scientifica concorda su un punto fondamentale:
L’esercizio fisico regolare riduce la severità della cellulite, ma raramente la elimina completamente.
I miglioramenti osservati riguardano:
riduzione dell’edema
miglioramento del microcircolo
riduzione del volume degli adipociti
aumento del tono muscolare sottostante
Quali sport sono più efficaci
Sport di endurance a intensità moderata
Camminata veloce, corsa leggera, ciclismo e nuoto sono le attività con le evidenze migliori.
Queste discipline:
aumentano il ritorno venoso
stimolano il drenaggio linfatico
migliorano la funzione endoteliale
ridimensionano l’edema cronico
Ciclismo e camminata in salita risultano particolarmente efficaci sugli arti inferiori.
Allenamento di forza
L’allenamento con sovraccarichi o a corpo libero è importante ma non sufficiente da solo.
Effetti principali:
aumento della massa muscolare
migliore tensione cutanea
riduzione dell’irregolarità visiva
Non agisce direttamente sul microcircolo, ma potenzia gli effetti dell’attività aerobica.
HIIT
Può contribuire indirettamente migliorando la sensibilità insulinica e riducendo il grasso totale.
Tuttavia non è la scelta ideale per il drenaggio e in alcuni soggetti può accentuare temporaneamente la ritenzione idrica.
Cosa funziona meno o solo temporaneamente
creme anticellulite (effetto superficiale e transitorio)
sudorazione localizzata
trattamenti isolati senza movimento
dimagrimenti rapidi
Questi approcci non modificano la struttura del tessuto sottocutaneo.
Esempio di programma di allenamento orientato alla riduzione della cellulite
Frequenza settimanale
4–5 sedute totali
Attività aerobica
3 sedute a settimana:
camminata veloce o ciclismo
durata: 45–60 minuti
intensità: moderata (zona aerobica)
Allenamento di forza
2 sedute a settimana:
squat
affondi
step-up
hip thrust
core stability
2–3 serie per esercizio, 8–12 ripetizioni, recuperi completi.
Durata del programma
I miglioramenti apprezzabili richiedono almeno 8–12 settimane di continuità.
Conclusione
La cellulite è una condizione strutturale del tessuto sottocutaneo.
Non si elimina completamente, ma può essere gestita efficacemente attraverso:
attività aerobica regolare
allenamento di forza
continuità nel tempo
Il movimento è lo strumento più efficace e scientificamente fondato per migliorarne l’aspetto.
Studi di overview e review scientifiche
Cellulite: an evidence-based review – review sistematica su efficacia delle varie terapie, evidenziando lacune metodologiche e risultati eterogenei sul trattamento della cellulite.
Low-Level Laser Therapy for Cellulite – studio randomizzato controllato che valuta l’uso di laser a bassa potenza per migliorare l’aspetto della cellulite.
Inflazione Area Euro 2025: andamento, componenti e ruolo della BCE
Grafico inflazione Area Euro anno 2025
Il 2025 si è chiuso con un quadro inflattivo dell’Area Euro in progressivo rientro:+1,9% rispetto al 2,1% di novembre.
Secondo i dati Eurostat, l’inflazione annua armonizzata (HICP) ha raggiunto l’1,9% a dicembre 2025, in calo rispetto al 2,1% di novembre e nettamente inferiore ai valori di inizio anno.
La media per il 2025 si attesta, con l’ultimo dato di dicembre, al 2,1%. Nel 2024 la media era stata 2,4 per cento. Qui il dettaglio
Andamento dell’inflazione nel corso del 2025
Osservando l’evoluzione mensile dell’inflazione nel 2025 emerge una dinamica di graduale disinflazione. L’anno si è aperto con un tasso annuo del 2,5% a gennaio, per poi scendere progressivamente fino all’1,9% di dicembre. Le variazioni mensili mostrano invece una maggiore volatilità: mesi con incrementi significativi (marzo e aprile, +0,6%) si alternano a fasi di stagnazione o calo dei prezzi (gennaio e novembre, -0,3%). Questo comportamento è coerente con il normale effetto base e con la diversa stagionalità delle componenti inflattive.
Le componenti dell’inflazione: cosa ha guidato i prezzi
A dicembre 2025, l’analisi delle componenti principali dell’inflazione dell’Area Euro
evidenzia forti differenze settoriali:
Servizi: 3,4% (in lieve calo dal 3,5% di novembre)
Alimentari, alcol e tabacchi: 2,5% (in aumento dal 2,4%)
Beni industriali non energetici: 0,4%
Energia: -1,9%
I servizi continuano a rappresentare la componente più inflattiva, riflettendo
la crescita dei salari e dei costi interni. Al contrario, il comparto energetico
esercita una forte pressione disinflazionistica, contribuendo
in modo determinante al rientro dell’indice generale.
Pesi delle componenti nel paniere HICP 2025
In termini di struttura dei consumi, i pesi del paniere HICP per il 2025 mostrano
chiaramente perché alcune componenti incidano più di altre sull’inflazione complessiva:
Servizi: circa 45,7%
Beni industriali non energetici: circa 25,6%
Alimentari, alcol e tabacchi: 19,3%
Energia: 9,4%
Sebbene energia e alimentari rappresentino meno di un terzo della spesa complessiva,
la loro elevata volatilità rende queste componenti particolarmente rilevanti
per le oscillazioni dell’inflazione headline.
Inflazione e politica monetaria: il ruolo della BCE
Il rientro dell’inflazione verso valori prossimi al target del 2% rappresenta un segnale centrale per la Banca Centrale Europea.
La BCE utilizza l’HICP come principale indicatore per valutare la stabilità dei prezzi nel medio termine.
Nel corso del 2025, la discesa dell’inflazione annua è stata coerente con una politica monetaria restrittiva adottata negli anni precedenti, caratterizzata
da tassi di interesse elevati e condizioni finanziarie più rigide.
Tuttavia, la persistenza di un’inflazione elevata nei servizi suggerisce alla BCE un approccio prudente, evitando allentamenti prematuri.
Il 2025 conferma un contesto di normalizzazione inflattiva
nell’Area Euro, con un indice generale ormai vicino all’obiettivo della BCE,
ma con forti divergenze tra le componenti.
Per il 2026, l’attenzione resterà focalizzata sull’evoluzione dei servizi,
sui salari e sulle politiche monetarie, elementi chiave per comprendere
se la stabilità dei prezzi potrà dirsi definitivamente raggiunta.
Carboidrati in maratona: cosa sappiamo e cosa cambia davvero
Questa sintesi riassume in modo chiaro e pratico i risultati di uno studio recente (C-labelled glucose-fructose show greater exogenous and whole-body CHOoxidation and lower O 2 cost of running at 120 versus 60 and 90 g·h21 in elitemale marathoners) pubblicato sul numero di ottobre 2025 su Journal of Applied Physiology condotto su maratoneti élite, focalizzandosi su ciò che era già noto, sulle vere novità scientifiche e sulle implicazioni pratiche per allenatori e atleti.
13C-labelled glucose-fructose show greater exogenous and whole-body CHO oxidation and lower O2 cost of running at 120 versus 60 and 90 g·h−1 in elite male marathoners
Contesto generale
La prestazione nella maratona dipende da tre pilastri fisiologici principali:
VO₂max (massimo consumo di ossigeno)
Intensità sostenibile, legata alla soglia del lattato
(LT, lactate threshold) e al punto di svolta del lattato
(LTP, lactate turn point)
Economia di corsa (running economy), cioè il costo di ossigeno
per correre a una certa velocità
A questi fattori si aggiunge un elemento spesso sottovalutato:
la capacità di sostenere per oltre due ore un’elevata richiesta di carboidrati (CHO, carbohydrates) senza perdita di efficienza
metabolica o comparsa di disturbi gastrointestinali.
Cosa sapevamo già
La maratona è una disciplina fortemente dipendente dai carboidrati,
anche se i grassi contribuiscono in modo non trascurabile alla produzione di energia.
L’assunzione di carboidrati multipli (glucosio + fruttosio) consente
tassi di ossidazione più elevati grazie all’utilizzo di trasportatori intestinali
diversi: SGLT1 (trasportatore sodio-glucosio) e GLUT5 (trasportatore del fruttosio).
Nei ciclisti erano già stati osservati benefici con assunzioni superiori a 90 g·h⁻¹ di carboidrati, ma mancavano dati solidi nella corsa.
Nei runner si temeva che dosi elevate di carboidrati aumentassero i sintomi GI (sintomi gastrointestinali), soprattutto a causa
dell’impatto meccanico della corsa.
Cosa c’è di realmente nuovo?
1. 120 g·h⁻¹ di carboidrati sono realmente utilizzabili
Per la prima volta, tramite traccianti isotopici al carbonio-13 (¹³C, isotopi stabili del carbonio), è stato dimostrato che i maratoneti élite sono in grado di ossidare carboidrati ingeriti in modo dose-dipendente:
circa 0,9 g·min⁻¹ con 60 g·h⁻¹ di CHO
circa 1,3 g·min⁻¹ con 90 g·h⁻¹ di CHO
circa 1,7 g·min⁻¹ con 120 g·h⁻¹ di CHO
Questi valori sono tra i più alti mai osservati nella corsa e paragonabili a quelli rilevati nel ciclismo.
2. Solo 120 g·h⁻¹ mantengono il metabolismo “glucidico” nel tempo
Durante la seconda ora di corsa a intensità prossima al ritmo maratona:
Con 60 e 90 g·h⁻¹ si osserva una progressiva transizione verso un maggiore utilizzo dei grassi.
Con 120 g·h⁻¹ la quota di energia derivante dai carboidrati rimane elevata (circa 65%) e non si verifica il cosiddetto metabolic crossover (punto in cui i grassi diventano il carburante principale).
In altre parole, a ritmi da maratona élite, 90 g·h⁻¹ non sono sufficienti per sostenere a lungo un metabolismo fortemente basato sui carboidrati.
3. Migliora l’economia di corsa
Un risultato particolarmente rilevante è la riduzione del costo di ossigeno (O₂, ossigeno) della corsa con 120 g·h⁻¹ di carboidrati rispetto a 60 g·h⁻¹.
Il miglioramento dell’economia di corsa è dell’ordine del 3–4%, un valore molto significativo in una maratona.
Dal punto di vista fisiologico, questo è spiegabile dal fatto che i carboidrati forniscono più energia per litro di ossigeno consumato rispetto ai grassi.
4. Qual è il vero problema vero? Il limite è gastrointestinale
I sintomi GI (sintomi gastrointestinali) sono stati presenti in tutte le condizioni, ma con caratteristiche diverse:
A 120 g·h⁻¹ aumentano nausea, senso di pienezza gastrica e crampi addominali.
Nonostante ciò, l’efficienza di ossidazione dei carboidrati resta elevata (circa 85%).
Questo indica che il problema non è l’assorbimento o l’utilizzo dei carboidrati, ma la tolleranza intestinale.
Implicazioni pratiche
Per runner élite e sub-élite, 120 g·h⁻¹ di CHO possono offrire un vantaggio metabolico reale.
L’assunzione di carboidrati ad alte dosi richiede allenamento dell’intestino (gut training), al pari dell’allenamento cardiovascolare.
La nutrizione in gara diventa una vera e propria variabile prestativa, da pianificare con la stessa cura di ritmo, carichi e tapering.
Messaggio chiave
A ritmi da maratona élite, solo 120 g·h⁻¹ di carboidrati mantengono il metabolismo glucidico, migliorano l’economia di corsa e offrono un vantaggio fisiologico concreto; il vero collo di bottiglia non è il muscolo, ma l’intestino.
A novembre 2025 l’inflazione in Italia scende all’1,1%, il livello più basso registrato da ottobre 2024.
L’inflazione media in Italia (da Gennaio a Novembre) resta all’1,6%. Qui puoi approfondire.
La dinamica dell’inflazione in Italia a Novembre
Sulla dinamica dell’indice generale incidono gli effetti dovuti al rallentamento dei prezzi degli Alimentari non lavorati (+1,1% da +1,9%), degli Energetici regolamentati (-3,2% da -0,5%) e di alcune tipologie di servizi, in particolare i trasporti (+0,9% da +2,0%), solo parzialmente compensato dall’attenuarsi della flessione di quelli degli Energetici non regolamentati (-4,3% da -4,9%). Si riduce il tasso di crescita su base annua dei prezzi del “carrello della spesa” (+1,5% da +2,1%), mentre l’inflazione di fondo si attesta al +1,7% (da +1,9%).