Conviene davvero trasferire il TFR nei fondi pensione? Una guida con esempi pratici, numeri aggiornati e confronto diretto.
Dal 2007 i lavoratori italiani del settore privato possono scegliere se lasciare il Trattamento di Fine Rapporto (TFR) in azienda oppure conferirlo a un fondo pensione complementare. La scelta non è banale: dipende dal rendimento, dai vantaggi fiscali, dal rischio e dal tempo che manca alla pensione.
Ogni anno il TFR si rivaluta con una formula stabilita dal Codice Civile:
Esempio: se l’inflazione è al 3%, il TFR rivaluta al 3,75%.
Su questa rivalutazione si applica un’imposta sostitutiva del 17%, ma solo sulla parte rivalutata (non sul capitale).
Trasferendo il TFR nei fondi pensione, le somme vengono investite sui mercati finanziari.
| Aspetto | TFR in azienda | Fondo pensione |
|---|---|---|
| Rendimento annuo medio | 2,3-3,5% netto | 3-5% netto (linee bilanciate) |
| Tassazione | 17% solo sulla rivalutazione | 15% → 9% sulle prestazioni |
| Vantaggi fiscali | Nessuno | Deduzione fino a 5.164 €/anno |
| Liquidità | Anticipazioni limitate | Più ampia, ma capitale vincolato |
| Rischio | Solo inflazione >4% | Rischio di mercato, volatilità |
| Costi | Zero | 0,2-1,5% annui |
Montante equivalente fondo pensione ≈ 19.000 €
Il TFR in azienda è sicuro, semplice e con rendimento certo: conviene soprattutto a chi è vicino alla pensione o non vuole rischiare.
I fondi pensione offrono potenzialmente più rendimento e forti vantaggi fiscali, ma richiedono tempo, propensione al rischio e attenzione ai costi.
👉 In generale, per chi è giovane e in aliquote IRPEF medio-alte, i fondi pensione tendono a battere il TFR nel lungo periodo. Per chi è vicino alla pensione o in aliquote basse, può essere più prudente restare nel TFR.