03 Dicembre 2007
Alla fine, la crescita del petrolio, con prezzi che hanno sfiorato i 100 dollari al barile nelle ultime settimane,ha fatto sentire i suoi effetti sull’inflazione.
A novembre l’inflazione della zona euro ha registrato una variazione annua del 3% secondo le stime diffuse negli ultimi giorni da Eurostat. Il salto è stato di quelli che non si dimenticano facilmente: a settembre dello scorso anno l’inflazione annua era ferma al 2,1%, e il balzo è stato il più consistente dal maggio del 2001. Joaquin Almunia, Commissario Europeo agli Affari Economici e Monetari, ha lanciato l’allarme sulle prospettive di medio periodo perché – a dispetto delle attese- i risultati hanno ampiamente superato le previsioni. Lo scorso autunno, durante la presentazione delle previsioni economiche, Almunia aveva sostenuto che i rischi di inflazione erano aumentati sensibilmente.
Secondo gli analisti della Commissione Europea, il rialzo dei prezzi si deve fondamentalmente alla crescita delle quotazioni del petrolio e all’ultima scalata dei prezzi dei beni alimentari, in special modo i cereali. Questi ultimi hanno incassato l’impatto dei cattivi raccolti in Ucraina e Australia, e quello ascrivibile alla crescita della domanda dei paesi Emergenti come la Cina.
I due paesi europei che hanno subito con maggiore evidenza le conseguenze dell’incremento del petrolio e degli alimenti sono – leggendo i dati dell’indicatore armonizzato- la Spagna con un’inflazione annua al 4,1% e la Germania con un livello del 3,3%. L’evoluzione più significativa è quella sperimentata dall’inflazione tedesca: in ottobre è riuscita a contenere la spinta delle materie prime e si è mantenuta stabile al 2,4% e al di sotto della media dell’Eurozona. Attualmente si trova quasi un punto sopra l’ultima rilevazione, superando la media dell’Unione Europea.
Nel caso della Germania, l’aumento del petrolio e degli alimenti si somma all’impatto ritardato del rialzo di 3 punti percentuali dell’IVA e l’aumento delle tasse accademiche accordato a molti landers. In generale, l’inflazione dei paesi europei richiama i cosiddetti ‘effetti di base’ che sono riconducibili al confronto con i prezzi dell’anno precedente, quando i rialzi erano molto più contenuti.
La crescita dei prezzi acutizza il dilemma della Banca Centrale Europea, che giovedì prossimo dovrà prendere una decisione sui tassi di interesse (attualmente fermi al 4%). Un’inflazione al 3% suppone una seria deviazione dagli obiettivi fissati dalla BCE, che ha fissato un inflation target al 2%.
Da questa prospettiva, un incremento eccessivo dell’inflazione rafforzerebbe la tesi del gruppo di esperti favorevoli all’aumento del costo del denaro. Al contrario, la mancanza di liquidità e l’irrigidimento delle condizioni applicate ai nuovi prestiti avallano le posizioni di coloro che pressano per un taglio del costo del denaro ritenuto necessario per non strangolare la crescita economica.
Relativamente alla crescita economica, Eurostat ha confermato che nel terzo trimestre il tasso è stato del 2,7% nella zona euro e del 2,9% nell’insieme dell’Unione Europea, in particolare grazie all’impulso fornito dagli investimenti delle imprese. Il buon dato sulla crescita economica contrasta con la caduta dell’Indicatore del Sentimento Economico, in calo di due punti nella zona euro e dell’1,2% nell’Unione Europea. Il deterioramento più serio si è registrato nel Regno Unito (5 punti in meno), Italia (4,3), Francia (0,4) e Spagna (0,2).
Nel settore delle costruzioni, l’indicatore della fiducia ha registrato una forte caduta, specialmente a causa del dato negativo diffuso in Spagna (che ha patito una caduta di ben 14 punti). Nel Regno Unito e in Germania sono stati registrati incrementi rispettivamente di 3 e 2 punti. Sensibili cali sono stati archiviati nel settore dei servizi, in modo particolare in Italia (17 punti), Regno Unito (9) e Spagna (5).